Scambi e prestiti lessicali tra l'antico ed il moderno nelle principali lingue europee

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DOVE STA ANDANDO LA LINGUA ITALIANA 

Introduzione:

La lingua, definita come forma di comunicazione verbale e scritta propria di una comunità, di un popolo, di una nazione, è un organismo in perpetua evoluzione: essa muta continuamente secondo i modi di vivere, pensare, sentire propri degli uomini; non è statica, né fissa ma vive con la stessa umanità che la usa.

Fondamentale per la vita di una lingua sono gli scambi lessicali con altre lingue in un continuo rapporto di dare e avere: le influenze linguistiche reciproche permettono alla lingua di rinnovarsi, di evolvere le sue capacità vitali, di vivere in relazione con il mutare dei tempi, delle condizioni di vita, degli usi e dei costumi.

Conoscere l’evoluzione di una lingua significa conoscere l’evoluzione di una società, di una cultura; in particolare, l’indagine consapevole e interessata volta alla conoscenza di una lingua, cioè "fare Storia della Lingua", ci permette di considerarla come manifestazione e testimonianza del pensiero di una civiltà.

L’obbiettivo nella prima parte di questo percorso di lavoro è poter capire da dove viene e dove sta andando la lingua italiana. Dare una risposta a queste domande significa ricostruire la storia di questa lingua e dalle sue origini ai giorni nostri vedremo come si è formata, come si sia costituita nelle forme attuali e quali sono oggi i problemi che le si presentano cercando di individuare delle possibili prospettive attraverso le fasi fondamentali della sua evoluzione.

Infatti, seppur fino al 1950 manca di un testo sulla storia della lingua che non sia una riflessione in chiave stilistica delle sue vicende letterarie, oggi è possibile riconoscere 3 fasi evolutive che, rispetto alle precedenti indagini risolte in termini letterari, tengono conto delle componenti essenziali per la definizione della lingua italiana: il popolo e la sua storia.

FASI DELL’EVOLUZIONE DELLA LINGUA ITALIANA:

  • LATINIZZAZIONE
  • AFFERMAZIONE DEI VOLGARI
  • ITALIANIZZAZIONE

LATINIZZAZIONE

L’italiano attuale deriva dal latino o, meglio, è il frutto della costante evoluzione del latino parlato attraverso i secoli, cioè dei lunghi ed incessanti mutamenti cui il latino è andato incontro sulla bocca dei parlanti, in concomitanza con il mutare della vita economica, sociale, e politica e per effetto di una vasta serie di fenomeni linguistici e non solo linguistici.

Il latino era, originariamente, la lingua dei Latini, un piccolo popolo che intorno al 1300 a.C. si era stabilito nell’Italia centrale , nella pianura a sud del Tevere. Pastori, agricoltori e guerrieri, i Latini facevano parte di un vasto ceppo di popoli, i cosiddetti Indoeuropei. Questi popoli erano originariamente stanziati nelle pianure dell’Europa centro-orientale, tra il Danubio e il Volga, ma a partire dal III millennio a.C. alcuni si staccarono dal nucleo originario e si sparsero in varie direzioni, alla ricerca di nuovi insediamenti. Un gruppo di essi, costituito da Ittiti e Greci, si spostò verso sud e occupò l’Asia Minore e la Grecia. Un altro si diresse verso Oriente e portò l’insediamento in India e in Persia degli Indiani e dei Persiani. Infine, intorno al 1300-1400 a.C. , un terzo gruppo si mosse verso l’Europa Occidentale: alcuni popoli come i Germani, puntarono decisamente verso Nord, spingendosi anche in Scandinavia e verso l’arcipelago britannico; altri, i Celti, sfiorarono le Alpi, al di qua delle quali lasciarono varie tribù, e poi proseguirono verso le coste dell’Atlantico e il Nord dell’Europa; altri, infine, come i Veneti, gli Osco-Umbri, i Latini, gli Iàpigi e i Messapi si stanziarono nella penisola italiana. Queste migrazioni di popoli, naturalmente, comportarono guerre e conflitti vari e, per quello che ci interessa, scontri e sovrapposizioni di culture e, come è inevitabile, cambiamenti linguistici. Forti dell’appartenenza ad uno stesso ceppo, e della loro maggiore organizzazione, i popoli indoeuropei ebbero la meglio, un po’ dappertutto, sui più numerosi ma più frazionati e deboli popoli con cui vennero a contatto. Ciò, a livello culturale e linguistico, si tradusse in una vittoria dell’elemento indoeuropeo su quello locale, anche se quest’ultimo lungi dall’andare perduto, finì con il mescolarsi e fondersi con quello dei vincitori.

I Latini, che nell’VIII secolo a.C. fondarono sui colli presso la riva del Tevere la città di Roma, vennero ben presto in conflitto con le popolazioni confinanti e, poi, con quelle del resto della penisola. In rapide guerre, tra il V e il III secolo a.C., sottomisero militarmente e politicamente tutte le popolazioni al di qua delle Alpi, ma, dal punto di vista culturale, subirono non poco l’influenza dei popoli assoggettati, che vantavano conoscenze tecniche, tradizioni e usanze molto più elaborate e ricche. Sul piano linguistico, poi, i Latini imposero sì la propria lingua nei territori conquistati, ma nel contempo, sia perché in questi casi succede sempre così e sia perché i Latini erano quanto mai tolleranti e rispettosi delle tradizioni locali, assorbirono molti elementi linguistici da quelle dei vari popoli, in un rapporto di interscambio estremamente vivace e produttivo.

Ad esempio, l’originario patrimonio lessicale indoeuropeo del latino si arricchì di numerose parole provenienti dalle lingue dei popoli mediterranei, cioè i popoli che i Latini trovarono già insediati nella penisola, come gli Etruschi, i Piceni, i Reti, i Liguri, i Sicani ; da quelle delle popolazioni puniche che si erano stabilite sulle coste occidentali della Sicilia e su quelle meridionali della Sardegna e delle stesse popolazioni di origine indoeuropea che si erano stanziate in Italia. Dal greco poi, cioè dalla lingua dei Greci che avevano già colonizzato Campania, Sicilia, Calabria e Puglia, non solo assorbirono parole del lessico e strutture morfologiche, ma derivarono anche l’alfabeto, quando intorno al V secolo a.C., con il maturare della loro civiltà e il moltiplicarsi delle istituzioni, sentirono la necessità di trasferire la lingua in un sistema di segni scritti.

Mentre le legioni romane assoggettavano le varie regioni della penisola italiana e la lingua latina si sovrapponeva a quelle parlate nelle singole regioni, si formava una lingua nuova che nella sostanza era sempre il latino, ma un latino che, regione per regione, assorbiva e assimilava molti elementi delle lingue preesistenti (le cosiddette lingue di substrato) e dava luogo a livello di lingua parlata ad altrettanti latini regionali.

Tra il V e il I secolo a.C., Roma conquistò l’Europa mediterranea, la Gallia, le regioni del Nord Africa ,ecc. divenendo quindi la capitale di un vasto impero, uno dei più grandi e duraturi dell’antichità. Nelle varie regioni europee occupate successe quello che era avvenuto in Italia: la lingua latina, cioè la lingua ufficiale dei vincitori e, quindi la lingua dei pubblici funzionari, delle cerimonie civili, della scuola e della letteratura, si sovrappose a quelle già esistenti e nei territori dove la dominazione romana durò più a lungo, le sostituì non senza assorbirne, a livello di lingua parlata, molteplici elementi che la diversificavano regione per regione. La profonda latinizzazione che interessò in modi e tempi diversi i vasti territori dell’Europa Occidentale, dall’Atlantico al Reno e al Danubio, l’Inghilterra e la fascia Nord-ovest dell’Africa Mediterranea, coinvolse marginalmente la parte orientale dell’impero, la Grecia e le regioni che erano state profondamente ellenizzate tra il II e il I secolo a.C., come l’Asia Minore e l’Egitto e le regioni meridionali e insulari dell’Italia dove la diffusione del greco prevalse.., Roma conquistò l’Europa mediterranea, la Gallia, le regioni del Nord Africa ,ecc. divenendo quindi la capitale di un vasto impero, uno dei più grandi e duraturi dell’antichità. Nelle varie regioni europee occupate successe quello che era avvenuto in Italia: la lingua latina, cioè la lingua ufficiale dei vincitori e, quindi la lingua dei pubblici funzionari, delle cerimonie civili, della scuola e della letteratura, si sovrappose a quelle già esistenti e nei territori dove la dominazione romana durò più a lungo, le sostituì non senza assorbirne, a livello di lingua parlata, molteplici elementi che la diversificavano regione per regione. La profonda latinizzazione che interessò in modi e tempi diversi i vasti territori dell’Europa Occidentale, dall’Atlantico al Reno e al Danubio, l’Inghilterra e la fascia Nord-ovest dell’Africa Mediterranea, coinvolse marginalmente la parte orientale dell’impero, la Grecia e le regioni che erano state profondamente ellenizzate tra il II e il I secolo a.C., come l’Asia Minore e l’Egitto e le regioni meridionali e insulari dell’Italia dove la diffusione del greco prevalse.

AFFERMAZIONE DEI VOLGARI

Fino a quando l’autorità imperiale di Roma fu salda, il latino rimase lingua ufficiale di tutto l’impero. Ma quando, per l’effetto della grave crisi che lo colpì, l’impero romano tra il III e il V secolo d.C. cominciò a vacillare e a disgregarsi, la lingua latina perse la sua centralità e la sua forza unificante. Così, mentre il latino scritto sarebbe rimasto ancora per molti secoli una realtà abbastanza compatta ed omogenea, il latino parlato andò incontro ad un destino completamente diverso.

Il latino scritto e il latino parlato, pur nelle loro differenze morfologiche, fonologiche, sintattiche e lessicali, costituivano due livelli diversi della stessa lingua: sostanzialmente statica la prima e invece estremamente dinamica la seconda. Il latino scritto aveva una struttura ben definita, governata da regole precise, accettate e rispettate da tutti e, anche, facilmente riproducibili: lingua della letteratura e della cultura, veniva insegnato e, quindi, conservato nelle scuole, che lo insegnarono anche dopo la sua scomparsa come lingua viva, riproponendone nei secoli le strutture. Il latino, invece. Era qualcosa di estremamente mobile e malleabile, pronto a subire ogni forma di cambiamento adattandosi ai bisogni dei parlanti e alla loro incapacità, per incompetenza o ignoranza, di "gestire" adeguatamente le "regole" della lingua. Il latino parlato, perciò, era di per sé sempre stato diverso dal latino della tradizione letteraria – il cosiddetto latino classico, costruito dagli auctores del I secolo a.C e del I secolo d.C . Nella realtà della vita quotidiana, la gente del popolo e, con sfumature diverse a seconda della provenienza, della classe sociale e della cultura, anche la stessa classe dirigente, usavano da sempre un latino più semplice, tanto trascurato nella forma e nelle strutture sintattiche, quanto espressivo e chiaro, ricco di parole provenienti dalle parlate locali cui il latino si era sovrapposto o importate attraverso gli scambi commerciali, militari e personali. Questo latino, che si chiama latino volgare, dove volgare sta per "popolare, comune" (dal latino vulgus, popolo) ci è poco noto, ma possiamo farci un’idea di come fosse attraverso le epigrafi funerarie dettate da committenti che non conoscevano bene la lingua classica e incise da scalpellini poco esperti, attraverso scritte che sono state trovate sui muri delle case, ad esempio a Pompei, e anche attraverso i testi di qualche scrittore latino, come Plauto e Petronio, che hanno inserito nelle loro opere espressioni e parole della lingua parlata.

Questo latino prese ad evolversi in modo autonomo nei vari territori dell’impero che ormai cominciavano a vivere esperienze storiche diverse. Le lingue originarie di substrato tornarono a galla sempre più prepotentemente, accentuando le differenze fonologiche, morfologiche e lessicali già esistenti all’interno del latino parlato e nuove lingue, quelle dei nuovi dominatori, portarono nuove parole, nuovi fonemi e talora nuove strutture linguistiche. Così, anche per effetto della naturale tendenza di una lingua di mutare insieme ai mutamenti della comunità che la parla, in alcuni territori, come in Africa e in Europa centrale, in Inghilterra e nei Balcani, con la dominazione di Germani, Slavi, Arabi e Turchi (durante tutto il Medioevo) il latino parlato e scritto scomparve del tutto. Invece in altri, dove la colonizzazione romana era stata più lunga e intensa, subì rapide trasformazioni che lo portarono ad evolversi in modi diversi da territorio a territorio. In breve, da quella lingua di per sé già varia che era il latino parlato nacquero, dunque, tante lingue particolari che ormai avrebbero avuto una loro vita: nacquero quelle che chiamiamo lingue neolatine o romanze. Esse sono tutte in qualche modo uguali tra loro perché tutte derivate dal latino, ma diverse l’una dall’altra, perché frutto di diverse evoluzioni linguistiche e, anche, di diverse situazioni storiche, politiche, sociali ed economiche. nei vari territori dell’impero che ormai cominciavano a vivere esperienze storiche diverse. Le lingue originarie di substrato tornarono a galla sempre più prepotentemente, accentuando le differenze fonologiche, morfologiche e lessicali già esistenti all’interno del latino parlato e nuove lingue, quelle dei nuovi dominatori, portarono nuove parole, nuovi fonemi e talora nuove strutture linguistiche. Così, anche per effetto della naturale tendenza di una lingua di mutare insieme ai mutamenti della comunità che la parla, in alcuni territori, come in Africa e in Europa centrale, in Inghilterra e nei Balcani, con la dominazione di Germani, Slavi, Arabi e Turchi (durante tutto il Medioevo) il latino parlato e scritto scomparve del tutto. Invece in altri, dove la colonizzazione romana era stata più lunga e intensa, subì rapide trasformazioni che lo portarono ad evolversi in modi diversi da territorio a territorio. In breve, da quella lingua di per sé già varia che era il latino parlato nacquero, dunque, tante lingue particolari che ormai avrebbero avuto una loro vita: nacquero quelle che chiamiamo lingue neolatine o romanze. Esse sono tutte in qualche modo uguali tra loro perché tutte derivate dal latino, ma diverse l’una dall’altra, perché frutto di diverse evoluzioni linguistiche e, anche, di diverse situazioni storiche, politiche, sociali ed economiche.

Questo processo di evoluzione e di differenziazione del latino parlato era in atto da sempre e gli eventi che colpirono l’impero romano tra il 200 e il 500 d.C. – la crisi economica, la crisi sociale, le invasioni barbariche, l’avvento del Cristianesimo, la disgregazione politica – si limitarono ad accelerarlo. Di fatto intorno al 600-700 d.C., mentre in Europa si venivano assestando i Regni romano-barbarici, la frantumazione della lingua latina si era ormai consumata e in quelle che erano state le regioni dell’impero romano si parlavano –e presto si sarebbero anche scritte –tante lingue diverse, raggruppabili in dieci rami principali:

Latino Parlato

Portoghese     Spagnolo    Catalano     Francese     Franco-provenzale    Provenzale    Italiano    Sardo   Ladino    Rumeno

 

Come appare dalla seguente tabella, alcune parole di norma relative agli aspetti più comuni della vita quotidiana, presentano sorprendenti analogie in lingue anche molto lontane fra loro per area di diffusione. Questo fenomeno può essere spiegato considerando l’originaria latinizzazione che interessò gran parte dei territori europei:

 

LATINO

ITALIANO

FRANCESE

SPAGNOLO

INGLESE

TEDESCO

lancea

lancia

lance

lanza

lance

e Lanze

nox, noctis

notte

nuit

noche

night

e Nacht

pater

padre

père

padre

father

r Vater

sol

sole

soleil

sol

sun

r Sonne

Tuttavia, come appare dalla tabella che segue, tra le lingue europee, alcune, come il francese e lo spagnolo, possiedono un gran numero di parole di cui è facile intuire il significato in quanto sono, assieme all’italiano, lingue neolatine, cioè derivanti dal latino parlato; altre, come l’inglese e il tedesco, presentano vocaboli la cui forma risulta essere molto diversa rispetto a quella italiana e ciò può essere spiegato facendo riferimento alla scomparsa del latino dai territori dell’Europa centrale e dell’Inghilterra durante il periodo di crisi dell’Impero romano e al progressivo sviluppo, autonomo di queste popolazioni, sotto l’influenza dei nuovi dominatori:

LATINO

ITALIANO

FRANCESE

SPAGNOLO

INGLESE

TEDESCO

petra

pietra

pierre

pedra

stone

r Stein

flor

fiore

fleur

flor

bloom

r Blume

manus

mano

main

mano

hand

r Hand

aqua

acqua

eau

agua

water

r Wasser

difficilis

difficile

difficile

difìcil

hard

schwer

facilis

facile

facile

fàcil

easy

leicht

amare

amare

aimer

amar

To love

lieben

 

La penisola italiana e le sue isole non furono risparmiate dagli eventi che sconvolsero l’Europa e, anzi, tra il IV e il VII secolo d.C. furono ridotte a territorio di conquista per i vari popoli. Poi nel IX secolo, finiti i grandi movimenti migratori che avevano seminato distruzione e morte nell’intero paese e avevano portato alla sua disgregazione politica, l’Italia si trovò smembrata in tanti organismi politici assoggettati ad autorità diverse: i Longobardi, i Greci-Bizantini, i Franchi e gli Arabi, per citare solo i più importanti. La struttura sociale, poi, era ancora più frammentaria e variegata di quella politica. La scarsa popolazione che era sopravvissuta alle guerre, ai saccheggi e alle carestie si era infatti raccolta in piccole comunità, per lo più aggregate intorno a centri religiosi. Autonome l’una dall’altra, queste comunità conducevano una vita materiale piuttosto grama, condizionata dalla povertà, dalla mancanza di mezzi di sostentamento , dalle malattie e dal pericolo, sempre incombente di violenze e di assalti. In questa situazione, la cultura sopravvisse soltanto in rari centri monastici e ad opera di singoli chierici (monaci amanuensi). La quasi totalità della popolazione, ben lungi dall’avere interessi culturali di tipo letterario, era, come era stata in gran parte anche nei secoli precedenti, analfabeta. La frantumazione politica e sociale e, poi, il tracollo del modello culturale offerto per secoli dalla scuola, portarono al collasso della lingua latina. Così, mentre il latino classico imboccava decisamente la strada dell’alta cultura, diventando definitivamente una lingua soltanto scritta, poco sensibile ai mutamenti, anche in Italia le varie parlate locali presero ad evolversi autonomamente sotto la duplice spinta del riemergere delle lingue di substrato e dell’apporto delle nuove lingue dei popoli invasori. Poi, la separazione, creatasi tra regione e regione e spesso tra paese e paese, fece il resto: il latino parlato si divise in tante lingue diverse, i cosiddetti volgari italiani. In alcune aree tuttavia questo non avvenne: in particolare presso gli Etruschi, la cui lingua era radicalmente diversa dal latino, questo fu appreso e parlato senza contaminazioni, e fu usato più a lungo. Il fatto che nell’area geografica degli Etruschi, all’incirca l’attuale Toscana, la lingua latina si conservasse meglio, avrebbe avuto un’importanza fondamentale per le "fortune storiche" del fiorentino. Infatti, questo "volgare", più prossimo al latino degli altri, avrebbe costituito nel Basso Medioevo il riferimento linguistico "comune" anche per gli abitanti delle altre regioni.

ITALIANIZZAZIONE

La terza fase è quella nella quale stiamo ancora vivendo, cioè l’italianizzazione degli italiani.

Tra il XII e il XIV secolo molti letterati cominciarono a non scrivere in latino, secondo la tradizione letteraria in quanto era una lingua conosciuta da pochissimi dotti. Si cominciò a scrivere nella lingua realmente parlata cioè il volgare: San Francesco d’Assisi e Jacopone da Todi in Umbria, Pier delle Vigne e Iacopo da Lentini in Sicilia, Guittone d’Arezzo e poi i letterati dello "stil novo" in Toscana si rivolgevano ad un pubblico più vasto. Infatti, lo sviluppo della civiltà comunale, e, soprattutto, l’emergere dei ceti mercantili aveva favorito questo passaggio dal latino al volgare. Nei secoli in esame, ci fu una costante ricerca di una lingua letteraria che fosse comprensibile anche a chi non conosceva il latino.

Per la particolare fioritura economica e culturale della Sicilia e di Firenze, il volgare siciliano e il volgare fiorentino emersero tra le altre lingue locali e, usate anche tra poeti e scrittori, divennero ben presto lingue letterarie vere e proprie. Con la ripresa dei traffici e dei commerci e con la rinascita delle città, la frantumazione sociale e politica lasciò il posto ad organismi più ampi, fondati su basi comunali prima e poi, a partire dall’età delle Signorie, su basi regionali e, più tardi anche interregionali, ma la frantumazione linguistica dell’Italia in tanti dialetti locali, cittadini e addirittura paesani, continuò a rimanere una realtà. La mancanza di una autorità politica centrale, e comune a tutta la penisola e quindi la mancanza dell’unità politica, impediva, e impedì per secoli, l’unificazione linguistica dell’Italia. Così, mentre in Francia e in Spagna tra il XIV e il XV secolo l’unità politica attuata dalle monarchie nazionali imponeva anche l’unità linguistica promovendo rispettivamente il francese e il castigliano a lingue nazionali, in Italia ogni staterello e, all’interno dei vari staterelli ogni città e ogni paese continuava a parlare il proprio dialetto. Nel XVI secolo gli intellettuali italiani sentirono l’esigenza di avere una lingua comune e scelsero tra le tante possibili il fiorentino, che aveva il vantaggio di essere rimasto più vicino al volgare latino di qualsiasi altro dialetto e, soprattutto, era stato nobilitato, agli occhi di scrittori poeti, dall’attività letteraria di autori famosi come Dante, Petrarca e Boccaccio, che lo avevano usato nelle loro opere. Ma, nonostante l’entusiasmo e l’impegno di poeti e scrittori, il fiorentino era, e rimase a lungo, la lingua della cultura: una lingua scritta dagli intellettuali di tutta Italia, ma parlata solo a Firenze; premessa di una futura unificazione linguistica, ma per lunghi secoli espressione di una unità soltanto culturale. Le dominazioni che tra il XVI e il XIX secolo occuparono la penisola non favorirono certo la diffusione di una lingua unitaria e, anzi, con l’apporto di particolarità lessicali e morfologiche diverse, in taluni casi accentuarono le differenze già esistenti tra dialetto e dialetto. La conquista nel corso dell’800, attraverso le lotte e le guerre del risorgimento, dell’unità nazionale, creò le premesse per l’avvio del processo unitario anche a livello linguistico. Il problema era stato appassionatamente dibattuto dagli intellettuali romantici, che sentivano la necessità di una lingua italiana unitaria comprensibile per tutti. La questione della lingua, che aveva tenuti occupati prosatori e poeti per secoli cessò di essere un problema esclusivamente teorico volto a individuare la lingua in cui dovevano essere scritte le opere letterarie, e divenne un problema pratico dalla cui soluzione poteva dipendere anche il successo dei progetti unitari a livello politico. La direzione in cui muoversi, fu ovviamente individuata nel fiorentino. Il fiorentino parlato dalle persone colte fu del resto indicato da Alessandro Manzoni, che lo usò nella stesura definitiva dei suoi Promessi Sposi, come la lingua della futura nazione. La soluzione manzoniana, che pure suscitò non poche polemiche fu sostanzialmente accettata da tutti, e nonostante i suoi evidenti limiti intellettualistici, giacché sembrava disconoscere il contributo che sempre a una lingua viva viene da scrittori e parlanti di tutta la regione, finì con l’imporsi.

Dopo l’unificazione avvenuta ufficialmente nel 1861, la nostra lingua può essere definita come il, complesso delle parole e dei modi di dire viventi nel dialetto fiorentino, purificato dalle più scadenti caratteristiche locali (idiotismi). Tuttavia avrebbe dovuto passare ancora molto tempo prima che la lingua italiana si diffondesse in tutto il paese e diventasse patrimonio di tutti gli strati sociali (si pensi che ancora nel 1901 gli analfabeti erano quasi il 50% della popolazione).

Per molto tempo, infatti la nostra lingua è stata una lingua letteraria e usata da poche persone colte in quanto lo studio era un privilegio riservato a pochi. Nel 1861, secondo le statistiche ufficiali gli analfabeti erano circa il 75% della popolazione del Regno d’Italia.

Con l’unità questa lingua così illustre era adatta alla scienza e in modo ancor più radicale alla vita di una nazione. Gli scienziati italiani nel ‘700-‘800 spesso scrivevano in francese, l’italiano poteva essere mezzo di comunicazione poetica, capace di esprimere i rapporti sentimentali ma non di diventare la lingua di una nazione, si trattava di farne una lingua che servisse all’amministrazione al giornalino, alla diplomazia, agli eventi di ogni giorno.

Questo è stato compiuto in Italia sotto i nostri occhi e tuttora si sta compiendo. L’italianizzazione è avvenuta per gradi e sotto spinte diverse sul piano sociale soprattutto nelle grandi città. Alla base della progressiva diffusione dell’italiano come lingua nazionale stanno infatti alcuni fenomeni di portata sociale:

  • l’emigrazione

questo fenomeno diventò rilevante verso la fine del secolo scorso e coinvolse milioni di italiani alla ricerca di un posto di lavoro e di migliori condizioni di vita: dalla campagna alla città, dalle regioni più povere a quelle più industrializzate, dall’Italia ad altri paesi europei ed extra-europei. Agli immigrati si presentò la necessità di impadronirsi della lingua italiana e spesso, di imparare a leggere e a scrivere. Infatti, la parlata locale del paese di origine (che poteva essere usata al massimo in famiglia o tra compaesani) non era più uno strumento di comunicazione utile nelle città d’arrivo; era necessario apprendere l’italiano per comunicare con compagni di lavoro e, in genere, con persone del luogo o provenienti da altre regioni.

Allo stesso modo i famigliari degli immigrati, rimasti nella regione di origine, per comunicare con i parenti per lettera, si dovettero adattare a fare uso della lingua italiana, imparata spesso in scuole per adulti, nate anche a questo scopo.

  • il servizio militare obbligatorio e la chiamata alle armi nella 1° guerra mondiale

Con il servizio militare obbligatorio e, soprattutto, con la prima guerra mondiale, avvenne un altro importante passo verso l’unificazione linguistica: infatti, vennero a contatto tra loro soldati provenienti da ogni parte d’Italia, che ebbero la necessità di comunicare mediante una lingua "comune". Inoltre, si dovettero impadronire della lingua "scritta" per mantenere i contatti con le famiglie. Come nel caso dell’emigrazione, fu una realtà tragica che costrinse la gente, abituata a parlare esclusivamente in dialetto, ad imparare l’italiano e ad uscire contemporaneamente dall’isolamento dell’analfabetismo.

  • L’estensione dell’obbligo scolastico

La diffusione della lingua italiana fu a lungo ostacolata dall’analfabetismo. I governi dell’Italia unita resero obbligatoria l’istruzione elementare nel 1877, ma ciò nonostante, la percentuale degli analfabeti rimase molto elevata a causa dell’elevata evasione dell’obbligo e dell’inefficienza del sistema scolastico. Non sempre chi aveva frequentato le elementari era in grado, magari a distanza di molti anni, di riprendere a leggere e a scrivere. Soltanto dopo il 1962, quando anche la scuola media divenne obbligatoria, il numero degli analfabeti cominciò a scendere ai livelli minimi. La diffusione dell’istruzione, innalzando il livello culturale medio della popolazione, ha allargato l’area di uso della lingua nazionale.

  • i mezzi di comunicazione di massa

Con la nascita e lo sviluppo dei grandi quotidiani nazionali, le notizie e le opinioni, scritte in lingua italiana, venivano lette anche in località molto lontane dai luoghi in cui i giornali venivano stampati. Tale lettura era ancora riservata a quella parte della popolazione che sapeva leggere, cioè una parte inizialmente molto limitata ma poi sempre più numerosa con la diffusione della istruzione. Con l’avvento della radio e del cinema sonoro, negli anni trenta, si estese molto di più il numero di persone raggiunte dalle comunicazioni di massa: la diffusione della lingua italiana ne ricevette un forte incentivo. Nel 1954, infine, fu introdotta anche in Italia la televisione, che ebbe una diffusione sempre più crescente. Si può dire che oggi è molto difficile trovare una famiglia in cui non entrino per alcune ore al giorno spettacoli, notiziari e programmi pubblicitari, naturalmente in italiano. La televisione ha svolto quindi una importantissima funzione anche nella diffusione della lingua nazionale, grazie all’efficace accompagnamento tra parola e immagine. Con questo mezzo di comunicazione, la lingua italiana raggiunge tutte le località del nostro paese, anche le più isolate.

L’ITALIANO OGGI:

La lingua italiana è oggi ben diffusa su tutto il territorio nazionale e le mutate condizioni di vita hanno reso meno possibile e anche meno opportuno l’uso dei dialetti, ma essi non sono scomparsi. Per quanto relegati a un uso quasi esclusivamente locale e familiare continuano a esistere: costituiscono un elemento di differenziazione non solo linguistica, tra parlanti di città anche non lontane e costituiscono un formidabile bacino di risorse espressive cui la lingua italiana. Il possesso della lingua nazionale non è oggi in antitesi con l’uso, necessariamente limitato del dialetto che è indubbiamente una fonte inesauribile per il dinamismo dello stesso sistema linguistico nazionale. I dialetti, dunque, sono una realtà linguistica che va studiata per quello che è, senza farne oggetto di assurdo disprezzo, ma anche senza inutili e gratuite celebrazioni: vanno studiati come testimonianza compiuta e fedele delle genuine radici storiche e culturali delle varie aree linguistiche italiane e, anche come espressione delle particolari competenze linguistiche di ogni singolo parlante.

IL LESSICO DELLA LINGUA ITALIANA

Il lessico di una lingua, cioè l’insieme delle parole che la compongono, è una realtà mobile e varia all’interno della quale avvengono continui cambiamenti: parole nuove che nascono, parole che muoiono, parole che scompaiono per poi ricomparire con nuovi significati, parole che entrano a far parte della lingua da altre lingue, parole che vengono coniate sulla base di elementi preesistenti e così via.

Il fondo ereditario latino

La maggior parte delle parole dell’italiano derivano dal latino. L’italiano, infatti, continua il latino non solo dal punto di vista delle strutture morfologiche e sintattiche, ma anche da quello lessicale. La storia del passaggio dal latino all’italiano illustra chiaramente quali parole siano passate e come questo passaggio sia avvenuto, cioè con quali cambiamenti nella forma e nel significato. In questa sede, basti pensare che le parole latine sono passate in italiano in due modi: per tradizione ininterrotta e popolare, cioè attraverso la lenta evoluzione della lingua parlata e, quindi, attraverso l’uso costante del popolo, o per tradizione interrotta e dotta, cioè attraverso il recupero di parole latine da parte di dotti che, a distanza di secoli, le hanno immesse nella lingua italiana.

Nel primo caso, le parole, trasmesse di generazione in generazione, si sono variamente modificate nella forma e, spesso, nel significato:

Oculum occhio

Domina( padrona) donna Domina( padrona) donna

Nel secondo caso, invece, le parole ripescate dal latino, sono rimaste per lo più intatte sia dal punto di vista della forma che del significato:

Equester equestre Equester equestre

Causa causa Causa causa

Floram flora Floram flora

Nobilem nobile Nobilem nobile

Gaudium gaudio Gaudium gaudio

In molti casi la stessa parola latina ha avuto entrambe le tradizioni. Così da area derivano aia (tradizione popolare) e area (tradizione dotta); da macula derivano macchia (tradizione popolare) e macula (tradizione dotta); da stirpe derivano sterpo (tradizione popolare) e stirpe (tradizione dotta); da solidum derivano soldo (tradizione popolare) e solido (tradizione dotta).

Per lo più la parola di tradizione ininterrotta è di uso più frequente o appartiene alla lingua dell’uso e, invece, la parola di tradizione interrotta appartiene a un registro elevato della lingua o a uno dei tanti linguaggi settoriali o speciali: così macchia è parola della lingua dell’uso e macula è parola del linguaggio medico. Altre volte, invece, è la parola di tradizione dotta ad appartenere alla lingua dell’uso mentre quella di tradizione popolare, oltre ad avere un significato diverso, è di uso più raro: così, dal latino plebem derivano sia pieve (tradizione popolare) che indica la "parrocchia di campagna" dove si raccoglie il popolo, sia plebe (tradizione dotta) che indica la "gente del popolo" in contrapposizione ai patrizi. I fenomeni più rilevanti dei mutamenti che hanno investito il lessico nel passaggio dal latino all’italiano sono di due tipi:

  1. mutamenti del patrimonio lessicale, per la perdita o l’acquisto di parole
  2. mutamenti semantici, cioè mutamenti del significato delle parole

mutamenti del patrimonio lessicale:

la linea di sviluppo dei mutamenti relativi alla consistenza quantitativa del patrimonio di parole del latino è caratterizzata dalla tendenza del latino volgare prima e dell’italiano poi a usare sempre e comunque parole semplici, concrete e foneticamente chiare. In particolare:

  • tra due sinonimi il parlante sceglie e tramanda la parola più popolare, cioè la più vicina alla sua esperienza quotidiana, soprattutto se essa è più espressiva e foneticamente più compatta:

 

LATINO CLASSICO

LATINO VOLGARE

ITALIANO

Equus

Caballus

 

Caballium

(equino, equestre = recuperi dotti)

Cavallo

Domus

Casa

 

Casam

(domestico, domicilio = recuperi dotti)

Casa

Sidus, sideris

stella

 

stellam

( sidereo, siderale = recuperi dotti)

Stella

Ignis

focum

focum

(igneo = recupero dotto)

Fuoco

Os, oris

bucca

 

buccam

(orale = recupero dotto)

Bocca

Edere (mangiare)

Manducare (muovere le mascelle cioè masticare)

 

manducare

 

Manicare, poi mangiare

 

  • il parlante tende a sostituire il diminutivo e il vezzeggiativo, evitato dagli scrittori classici, ai nomi primitivi, perché li sente più espressivi: il diminutivo, poi, si afferma in italiano come nome primitivo che può essere a sua volta alterato:

 

LATINO CLASSICO

LATINO VOLGARE

ITALIANO

Auris

auricola

 

Oricola, orecla

(auricolare = recupero dotto)

Orecchia, orecchio

Agnus

agnellus

 

agnellum

 

Agnello

Frater

fratellus

 

fratellum

(frate = recupero dotto)

Fratello

 

  • il verbo frequentativo, cioè il verbo che indica azione ripetuta, sostituisce il verbo semplice, perché sentito come più espressivo:

 

LATINO CLASSICO

LATINO VOLGARE

ITALIANO

Canere (cantare) Canere (cantare)

Cantare (cantare di continuo) Cantare (cantare di continuo)

 

cantare

 

Cantare

Salire (saltare) Salire (saltare)

Saltare (continuare a saltare) Saltare (continuare a saltare)

 

saltare

 

saltare

 

  • entrano definitivamente nel lessico molte parole, specialmente onomatopeiche, tratte dal linguaggio familiare e infantile

 

LATINO CLASSICO

LATINO VOLGARE

ITALIANO

Matrem

mammam

 

mammam

 

mamma

Patrem

babbum

 

babbum

 

babbo

Avum

nonnum

 

nonnum

 

nonno

 

  1. mutamenti di significato delle parole:

spesso nel passaggio dal latino all’italiano, il significato delle parole non cambia. Altre volte tra la parola latina e la parola italiana che ne deriva si ha un cambiamento di significato, più o meno vistoso, ma sempre legato a cause ben precise che coinvolgono non solo fenomeni e fatti linguistici, ma anche e soprattutto fatti culturali, credenze religiose, tradizioni popolari, eventi storici, fenomeni emotivi e simili. Il mezzo migliore per conoscere i mutamenti di significato che le parole hanno dubito passando dal latino all’italiano, è costituito dalla consultazione di un dizionario, che nell’etimologia delle singole parole non solo registra l’etimo, cioè il termine da cui la parola in questione deriva, ma, tutte le volte che risulta necessario, offre le indicazioni utili per capire come dal significato del termine di partenza la parola sia arrivata ad avere il significato che ha.

Ad esempio, sotto la voce "cattivo," il dizionario non solo segnala che la parola deriva dal latino captivu(m), prigioniero (dal verbo capere, prendere) ma precisa anche che dal significato originario di prigioniero è passata nel significato attuale dio "malvagio, scellerato, perverso", attraverso l’espressione cristiana captivu(m) diaboli, prigioniero del Diavolo: i cristiani, infatti, definivano "prigioniero del diavolo" chi si comportava in modo contrario alla morale e alla legge, macchiandosi di delitti. Comunque la varietà dei fenomeni che caratterizzano il cambiamento di significato delle parole può essere schematizzata nei seguenti punti:

  • alcune parole mutano significato perché si specializzano a indicare fatti o situazioni particolari

 

LATINO

ITALIANO

Cubare (giacere) Cubare (giacere)

Cubare si specializza in ambiente contadino nel significato di giacere sulle uova per farle dischiudere, cioè covare Cubare si specializza in ambiente contadino nel significato di giacere sulle uova per farle dischiudere, cioè covare

 

  • alcune parole mutano di significato perché passano da un significato particolare ad uno generale o generico:

 

LATINO

ITALIANO

Adripare (giungere alla riva – dal latino ripam)

Adripare è passato a significare genericamente giungere in un luogo, cioè arrivare Adripare è passato a significare genericamente giungere in un luogo, cioè arrivare

 

  • alcune parole mutano significato perché il loro significato originario viene espresso da un’altra parola nuova e, quindi, esse, per non scomparire, ne assumono uno nuovo, in qualche modo connesso con quello originario:

 

LATINO

ITALIANO

Ortus (giardino, luogo ameno ricco di fiori e di piante coltivate) Ortus (giardino, luogo ameno ricco di fiori e di piante coltivate)

Orto indica l’appezzamento di terreno dove si coltivano gli ortaggi perché nel XII e XIII secolo dalla vicina Provenza è entrato il termine Giardino (antico francese jart) che indicava con maggior eleganza e raffinatezza la stessa cosa

 

  • alcune parole hanno cambiato significato perché hanno perduto il loro significato originario sostituito, nell’uso comune, da uno metaforico:

 

LATINO

ITALIANO

Testa (vaso di coccio) Testa (vaso di coccio)

Testa è passato a indicare la parte superiore del corpo umano perché è stato usato in senso metaforico con una punta di ironia e di disprezzo per la parte superiore del corpo umano, il capo, che ha la forma di un vaso Testa è passato a indicare la parte superiore del corpo umano perché è stato usato in senso metaforico con una punta di ironia e di disprezzo per la parte superiore del corpo umano, il capo, che ha la forma di un vaso

 

I prestiti da altre lingue

Le parole provenienti dal latino costituiscono il fondo ereditario del lessico italiano. Esse sono il patrimonio fondamentale e imprescindibile della nostra lingua ma ovviamente non la esauriscono. Di fatto, attraverso il tempo si sono aggiunte migliaia e migliaia di parole nuove provenienti da altre lingue: queste parole nuove, estranee al fondo originario dell’italiano, si chiamano prestiti linguistici. In questa categoria rientrano anche le parole ripescate dal latino scritto, per tradizione dotta, quando ormai l’italiano esisteva già come lingua. Di solito, però, per prestiti si intendono le parole entrate nell’italiano dalle lingue di altri popoli con cui gli italiani sono venuti in contatto, direttamente o indirettamente nei secoli attraverso le tante vicende storiche, economiche, sociali, politiche e culturali che caratterizzano la vita degli uomini. Si distinguono prestiti integrati, cioè le parole che, entrate in epoche passate, sono state adattate foneticamente e morfologicamente alla nostra lingua, e i prestiti non integrati, cioè quelle parole straniere che entrate soprattutto negli ultimi 50-60 anni, hanno conservato la loro forma originaria.

 

Le parole di origine germanica

I popoli germanici che hanno invaso ed occupato in ondate successive la penisola, hanno portato in Italia molte parole che, attraverso l’uso popolare, sono entrate a far parte della lingua italiana. I primi germanismi risalgono al III-IV secolo d.C., ma è tra il V e il IX secolo che essi aumentano notevolmente di numero, ad opera in particolare dei Longobardi, la popolazione che per due secoli riuscì ad imporre a gran parte della penisola la sua organizzazione politica. Le parole di origine germanica introdotte in quei secoli da Goti, Longobardi e Franchi, sono di vario tipo, in gran parte relative a:

  • il mondo della guerra

    Agguato Banda Elmo Guardia Guerra Schiera Spia Trappola tregua

  • le relazioni sociali

baruffa sguattero feudo barone ricco guercio sgherro

  • anatomia

anca guancia milza schiena stinco zanna

  • i colori

bianco bruno grigio

  • oggetti e attività pratiche

albergo stamberga scaffale stalla gruccia panca fiasco grano abbandonare guadagnare russare arraffare graffiare guardare scherzare spaccare strappare albergo stamberga scaffale stalla gruccia panca fiasco grano abbandonare guadagnare russare arraffare graffiare guardare scherzare spaccare strappare

Alcune di queste parole hanno sostituito parole latine di uguale significato (guerra ha sostituito bellum che è stato poi recuperato come prestito dotto nei derivati bellico, bellicoso e simili); altre invece si sono affermate come parole nuove, per indicare concetti e oggetti nuovi. Numerosi sono anche i nomi propri di persona di origine germanica:

Alberto Aldo Bruno Carlo Enrico Federico Franco Guido

Le parole di origine greco – bizantina

La lingua greca, che aveva già improntato di se il latino volgare, e di conseguenza l’italiano, tra il II e il IV secolo d.C., con parole relativa alla religione cristiana e ai suoi riti (battesimo, basilica, profeta, vangelo, diacono, vescovo, etc…), ha continuato ad arricchire il lessico italiano tra il VI e il IX secolo attraverso i contatti che il mondo occidentale aveva con l’Impero d’Oriente il quale, proprio nel VI secolo, era riuscito a strappare ai Longobardi il controllo delle coste dell’Italia centro – meridionale e delle isole. Tra le parole entrate in quell’epoca dal greco – bizantino, anche se molte di esse si confondono con i numerosissimi grecismi già assimilati dal latino, ci sono termini riguardanti

  • le attività marinare e il commercio

argano gondola scala pilota molo bambagia

  • i nomi di vegetali

anguria basilico indivia

  • i nomi relativi alle attività amministrative

Duca catasto polizza

  • i nomi comuni

zio papa

Le parole di origine araba

L’influenza linguistica e culturale degli Arabi nell’ambito mediterraneo ed europeo è stata molto intensa tra il VII e il XII secolo. In Italia, essa si è esercitata sia durante l’occupazione araba della Sicilia tra il IX e XI secolo sia, e soprattutto, attraverso i contatti che le repubbliche marinare e gli intellettuali italiani hanno avuto, a titolo diverso, con il mondo arabo. Così, gli arabi hanno lasciato nel nostro lessico parole relative a:

  • il mondo della navigazione e del commercio

arsenale ammiraglio scirocco libeccio dogana magazzino tara tariffa zecca gabella

  • frutti o prodotti fatti da loro conoscere in Occidente

albicocca arancia limone carciofo melanzana spinaci zucchero ribes cotone

Arabismi sono anche molte parole riguardanti le scienze esatte, giacché gli Arabi coltivarono varie scienze e divulgarono in Europa molte scoperte e invenzioni del mondo orientale:

  • la matematica

algebra  cifra zero

  • l’astronomia

zenit almanacco nadir

  • la chimica

alambicco chimica amalgama soda

Di origine araba, infine, sono anche parole diffuse come:

ragazzo azzurro

Altre parole arabe, persiane e turche, anch’esse molto usate, sono prestiti di epoche successive:

divano sofà turbante chiosco alcool

Le parole di origine provenzale e francese

A partire dall’VIII secolo, con l’avvento al potere di Carlo Magno, la Francia acquista notevole importanza in Europa anche per il crescente prestigio della sua cultura. Proprio per il tramite della letteratura, oltre che attraverso i molteplici contatti militari, la lingua francese (sia il francese antico parlato in gran parte di quelle che erano state le Gallie romane sia il provenzale, la lingua del sud della Francia e della nascente lirica d’amore europea) influenzarono molto il nostro lessico. I gallicismi, cioè i prestiti dal francese antico e dal provenzale, in epoca medioevale riguardano:

  • i raffinati rapporti sociali e interpersonali delle corti francesi e provenzali

cavaliere messere dama malanno donzella lignaggio gioia speranza rimembranza orgoglio coraggio

  • i viaggi

viaggio paesaggio pedaggio forestiero

  • la guerra e la vita militare

scudiero torneo giostra bandiera freccia

  • abbigliamento

maglia gioiello fermaglio

Le parole di origine spagnola

I primi influssi delle lingue iberiche – catalano, spagnolo, portoghese – sul lessico italiano risalgono ai secoli XIII-XIV, quando gli Aragonesi regnavano sulla Sicilia e su Napoli. Ma la maggior parte delle parole di origine iberica accolte, sono spagnole e sono entrate nella nostra lingua tra la seconda metà del ‘500 e il ‘600, quando la dominazione spagnola, che si estendeva su buona parte della Lombardia, sul Regno di Napoli e sulle isole, ha permeato di se tanti aspetti del costume e della cultura italiana. Alcune di quelle parole riguardano:

  • la vita mondana, le usanze e i comportamenti cortigiani

etichetta complimento sfarzo disinvoltura creanza baciamano

  • la vita militare e il mondo marinaro

guerriglia recluta parata zaino baia flotta chiglia nostromo risacca

  • i traffici e i commerci

Azienda dispaccio

  • l’uso quotidiano

vigliacco lazzarone fanfarone bisogno appartamento grandioso

Tramite lo spagnolo infine, sono entrati in Europa e in Italia, parole provenienti dalle popolazioni delle colonie americane:

patata cioccolato tabacco cacao

Le parole di origine francese

A partire dalla seconda metà del ‘700 la Francia comincia a esercitare un ruolo di primo piano nelle cultura europea: è il "secolo dei lumi", la Francia esporta le sue dottrine e l’intera Europa, compresa la Russia, usa come lingua della cultura il francese. In Italia, dove con la fine del dominio spagnolo, i contatti con la Francia si sono fatti molto intensi anche sul piano economico e politico, l’afflusso di parole francesi è tale che, fino a tutto l’800 e oltre, i "puristi", cioè i difensori della purezza della lingua, temono per l’esistenza stessa dell’italiano. Naturalmente la paventata francesizzazione della penisola non avvenne ma l’italiano progressivamente ha fatto sue moltissime parole francesi relative a:

  • la politica

patriota dispotismo burocrazia democrazia comitato costituente

  • l’economia

concorrenza esportare importare risorsa

 

  • la vita militare

picchetto baionetta mitraglia bivacco

  • la moda

moda parrucca ghette bretelle flanella

  • il cibo e la cucina

cotoletta filetto tartine ragù bignè dessert casseruola ristorante

Spesso i prestiti dal francese sono latinismi, che hanno assunto in francese un significato particolare come libertino, immunità, legiferare ecc. In alcuni casi, poi, il prestito non avviene adattato alla fonetica e alla morfologia italiana, come per lo più è sempre successo finora, ma conserva la sua struttura fonetica e morfologica originaria (prestito non integrato dessert, champagne, canapè) o subisce adattamenti minimi ( cupè, rondò, bignè, blu, bidè).

Le parole di origine inglese

L’influenza culturale e, quindi, linguistica della Francia è continuata fino all’inizio del ‘900 e ancora oggi è attiva, in campi tipicamente francesi, come quello della moda o quello relativo alla cura del corpo. Ma nel ‘900, e in misura sempre crescente a partire dall’indomani della fine della Seconda guerra mondiale, il ruolo di modello culturale e, non solo, è passato al mondo anglosassone, prima all’Inghilterra e poi soprattutto agli Stati Uniti. Così, sulla scia del crescente prestigio scientifico, tecnologico e culturale e in conseguenza dei particolari schieramenti politico – ideologico – militari in cui il mondo è diviso, l’Italia è stata invasa non solo da prodotti, mode, forme di spettacolo e di comportamento americani ma anche dalle parole con cui tutte queste cose sono indicate. I prestiti inglesi in italiano esistevano anche nel ‘700 e nell’800, anche se per lo più mediati dal francese, ma con il ‘900 essi sono aumentati a dismisura, al punto che attualmente l’inglese o, meglio, l’angloamericano, costituisce la lingua che influenza maggiormente l’italiano. Di fatto parole inglesi e angloamericane sono presenti in tutti i campi e sono usate quotidianamente. Alcune, specialmente quelle entrate tra il ‘700 e l’800, sono state adattate fonologicamente e morfologicamente all’italiano (prestiti integrati: radicale, sessione, inflazione, relazione, emergenza, intervista, ecc.) o semplicemente tradotte (calchi: grattacielo, dall’inglese sky-scraper). La maggior parte di esse, invece, hanno conservato la forma originaria (prestiti non integrati). Tra queste parole, alcune sono senz’altro pronunciate all’italiana e quindi sono parole italiane a tutti gli effetti, come Bar, sport ,golf, tram ecc. Altre invece, quanto alla pronuncia, oscillano tra la corretta pronuncia straniera, una pronuncia popolare adatta e, talora un calco italiano: è il caso della parola camping, che viene pronunciata tanto kempin(g) all’inglese quanto camping all’italiana oppure viene tradotta un po’ approssimativamente, in campeggio.

A dimostrazione dell’importanza dell’influsso che l’inglese e l’angloamericano hanno sull’italiano, il successivo elenco, puramente esemplificativo, propone prestiti non integrati presenti nella nostra lingua con parole entrate dall’inizio dell’800 ai giorni nostri:

aids, baby, baby-sitter, bar, basket, beauty-case, beauty-farm, best-seller, black-out, bluff, body-building, boom, boss, boy-scout, budget, camping, check-up, club, cocktail, computer, corner, dancing, derby, dribbling, festival, flash, flashback, flirt, football, goal, go-kart, golf, hardware, handicap, hippy, hobby, hockey, hostess, jazz, jeans, jeep, jet, juke-box, identikit, kit, killer, knock-out, leader, leasing, lifting, manager, match, motel, okay,partner, plaid, playboy, punk, quiz, raid, rally, record, replay, reporter, rock, sandwich, set, sexy, shock, show, sketch, slogan, smog, snob, sponsor, sport, spray, sprint, stand, stop, suspence, teen-ager, test, terminal, timer, toast, trendy, trust, walkie-talkie, week-end, western, windsurf, yacht, zoom.

Parole provenienti da altre lingue

Oltre a quelle citate, la cui influenza è stata particolarmente massiccia e significativa, anche altre lingue negli ultimi secoli hanno lasciato tracce nel lessico italiano sotto forma di prestiti, come risulta dal seguente elenco:

  • prestiti dal tedesco: walzer, würstel ,leitmotiv, strudel, krapfen
  • prestiti dall’olandese: iceberg, stoccafisso, apartheid, pompelmo
  • prestiti dal russo: bolscevico, zar, vodka, boiari, balalaica, taiga, tundra
  • prestito dal cecoslovacco: polca, robot
  • prestiti dal polacco: sciabola, mazurca
  • prestiti dall’ebraico: sabato, pasqua, kibbutz, osanna
  • prestiti dal giapponesi: caco, kimono, judò, karatè, samurai, geisha

Ma quali sono oggi i problemi della lingua italiana e quale sarà il suo futuro?

Oggi, l’invasione di stranierismi inglesi o meglio angloamericani è il primo problema della nostra lingua. La presenza del francese prima e poi dell’angloamericano ha sostanzialmente intaccato la struttura della lingua italiana. Quando una lingua accetta e dà e vive nello scambio reale delle lingue è una grande lingua internazionale. Ciò non vuol dire che non ci siano dei pericoli: il pericolo è la "creolizzazione" della lingua. La lingua creola è una lingua colonizzata che ha perso il senso di se e in cui la presenza della lingua dei colonizzatori ha fatto si che non sia più né se stessa né altro. Il problema sta dunque nell’essere fedeli a se stessi, ma non nel contemplare se stessi perché questa sarebbe una forma di razzismo. Diceva Melchiorre Cesarotti nel ‘700 che nel momento in cui ci alimentiamo delle idee di un certo paese non possiamo respingerne le parole. Ma ci si domanda se una grande lingua di cultura possa rimanere tale, cioè lingua viva di cultura, fidando solo nel suo passato e nei suoi musei. Le grandi lingue morte di cultura come il latino e il greco continueranno certamente ad essere studiate e coltivate da coloro che dedicheranno se stessi a quelli studi; esse continueranno ad essere elemento della nostra vita culturale ma è proprio meditando la storia, ad esempio della lingua latina che ci si accorge come il posto occupato da esse nella cultura si sia andato riducendo man mano che la sua presenza attiva e giornaliera si è andata restringendo. La situazione per la nostra lingua è ben grave proprio perché la lingua i un popolo che sia soltanto il custode del suo passato rischia di diventare la non attraente lingua di custodi di musei. Oggi sotto i nostri occhi la lingua di un grande passato come l’italiano si apre a lingua popolare. È vero che nell’epoca dell’informatica abbiamo permesso l’uso di tante parole straniere soprattutto angloamericane ed è vero che conoscere la cultura e la lingua prevalente è fatto necessario, e che prenderne il più largamente possibile è cosa assai utile; ma accettarle fino al punto di acculturarsene totalmente è cosa alienante e paralizzante: nel ‘600 avremmo dovuto parlare tutti spagnolo, fra il ‘700 e l’800 avremmo tutti dovuto parlare il francese e oggi dovremmo tutti parlare inglese, anzi americano. I tentativi di una lingua artificiale internazionale sono già tutti falliti compreso l’esperanto che inventato nel penultimo decennio dell’800, ebbe fra il 1920 e il 1930 una notevole diffusione (quasi 200 mila cultori nel mondo). Ma pensare ad una lingua artificiale significa considerare una lingua senza tradizioni. Le lingue non solo elemento di commercio, di scambio, ma esprimono l’essenza di noi, la nostra realtà più viva. All’unificazione linguistica non bisogna sacrificare la persona: il voler essere tutti uguali è razzismo peggiore che possa esistere. Perciò in previsione di quello che potrà essere il futuro dell’italiano vale sempre quanto fu detto dallo scrittore Gino Capponi, più di un secolo fa a conclusione di un celebre saggio: < la lingua italiana sarà ciò che sapranno essere gli Italiani >.

 

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